Martina tornava a Ripacandida dal rituale Agosto dagli zii d'America ogni anno a Settembre. Metteva in cucina le valigie al buio, toglieva gli occhiali da sole e saliva a tentoni per lo scalone per sdraiarsi sul letto grande, anzi grandissimo, di nonna Gesualda. Gli odori della casa, chiusa da mesi, riempivano le narici spalancate, una penombra umida e acida riempiva gli occhi spalancati verso il soffitto affrescato di tralci e uccellini d'epoca floreale. Ogni volta incredibilmente affrescato. Gli odori più che le immagini la guidavano qui. Dopo il villone stile Hollywood degli zii, il fracasso delle streets, i party e le gallery, i trasferimenti dal ranch agli impianti petroliferi, il tempo infinito degli aerei, in fondo, si diceva, era l'odore che le mancava, un odore pulito, che non sapeva di bambini, di vecchi, ma sapeva di casa, di radici, di ritorni e partenze e ritorni col cuore in gola. La loggia bisognava aprirla con cautela, lo sapeva bene, il sole l'avrebbe abbagliata mentre cercava oltre la barriera dei suoi raggi bassi il Vulture. Un'idea di lago oltre il cupo intreccio d'alberi. Un fico acidulo, preso con la bocca come un uccello o una vespa, una dolcezza per l'anima, il fico che s'affacciava come un intruso oltre l'arco, piegato forse dalla pietà per la solitudine della casa, per la loggia arsa e crepata, mentre, aggrappato in su dal giardino incolto, aveva frutti freschi da sempre, forse per sempre. Una volta spalancata la loggia, gli odori del presente tornavano in un mix rassicurante. Garantito il passato, le radici ben salde, la memoria ricollegata al circuito del presente, che la invitava, la spingeva oltre con le sue opportunità concrete. Il lavoro l'avrebbe ripreso lunedì. Aveva il fine settimana per riassestarsi. Il battente.
- Signurina, so' Rosina. -.
- Sìììì, Rosinaaa, aspettaaa, ti apro. -.
- L'uovooo, signurinaaa. Mo' l'ha fatto, ve l'aggio portato, che site stanca, site. -.
- Cara Rosina, un bacio, grazie. Racconta, che hai fatto in Agosto. -.
- La salsa, signurina. E mo agg' fatt' l'uov'...ah ah ah...Il tetto, signurina. E' turnat' il Comune, il geometro. Dice che s'anna fa i lavori. Sennò car'. -.
- Già. E poi...come si fa? Vero, Rosina? -.
- E già, signurina, io lo tengo in piedi finché campo, non lo lascio il palazzo, lo guardo sempre, io. C'ho un poco di uva che è nata prima, la volite, signurina? -
- Certo, Rosina, portamela. Ho sete. E qui niente acqua. -.
- Mo ve la porto, signurina. -
Il silenzio della notte. La campana di San Donato che addormenta e sveglia. Un'automobile tirata su malamente per via Umberto. Due femmine si parlano nnaz' a la porta. Una radio esplode dalla casa accanto. La gallina forse fa un altro uovo nella cantinola di fronte. Ritorno alla loggia. Il sole ha appena abbracciato il Vulture, ancora più cupo sullo sfondo del cielo rischiarato dell'alba. Ginestra si racconta tra ombre e luci, le pendici ingiallite dall'estate, si incupiscono a tratti di terra rivoltata. La voce della nonna tra le pietre della loggia, un'eco che racconta di aerei, bombe, passeggiate allegre, nonostante, in mezzo a macerie miste a noci e fichi. - Raccogli, Martina, raccogli, la terra t' dà la frutta, ca c'è la guerra, Martinaaaaaaaaaaaa...-. Da dietro l'angolo del palazzo misuravo il suo amore dalla lunghezza dell'urlo. Mi amava nonna Gesualda, con molte aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa.
- Chiudite bene, signurina, mo non fate che turnate a Settembre dell'anno prossimo, ca lu tett' car'. -.
- Sì, Rosina cara. Torno per i lavori. Un bacio. Ma tu tieni in piedi il palazzo, mi raccomando. -.